CODES OF WAR

Le guerre sono scadenti scalpelli
per scolpire un futuro di pace

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vita in trincea

Testimonianze dalla trincea

Oltre gli aspetti strategico-militari, ed escludendo la dinamica specifica dei momenti di battaglia, la rincea della Grande Guerra ha costituito un vero e proprio “microcosmo”, un inedito e particolarissimo luogo del vivere umano.

Arrivati in questo ambiente, i giovani soldati dovevano certamente aver avuto l’impressione di essere giunti in un mondo alieno, per loro del tutto inimmaginabile, e così ad esempio scrive da Plava sul suo diario Augusto Aglietti il 7 novembre 1915:

”Questo che scrivo non è neanche una terza parte, se dovessi scrivere tutto mi ci vorrebbe tanta carta che alla fine non riuscirei più neanche a trasportarla e poi sarebbe inutile il mio scritto perché son sicuro che tanti e tanti non crederebbero la mia sincerità”.

Era un luogo lontanissimo dalle consuete abitudini degli inizi del XX secolo, e piuttosto poteva ricordare quasi lo scenario di un mondo preistorico. Vincenzo Rabito, appena giunto sul fronte presso Asiago nel febbraio 1918 così racconta nel suo diario le prime impressioni della trincea:

“Così, entrammo in quello posto, che c’erino sacchette piene di terra e poi c’era uno raficello con una crocetella che l’avevino scavato i soldate. Così, il sercente mi ha detto piano piano: - Rabito, prente solo il fucile, il pognale e li bombe, e il zaino lo mette lì, dentra a quello picolo nascontiglio, che poi lo prente.
Io, tutto tremanto, faceva come diceva lui. Così, mi ha conzegnato a uno vechio soldato che era di vedetta ...
... E così, io vedeva che questo era un vecchio con la barba lonca e ni dimostrava non 30 anne, ma mi pareva che ni aveva 60 anne, di come era redutto, povero calabrese. E io, de mio penziero diceva che così, se non moreva, doveva deventare io...
... E così, quello mi cominciava a dire che non si doveva parlare forte, perché li austriece erino vicine e ci sentevino e ci ammazzavino ...
... Così io, che mi pareva mio padre con quella barba, lo voleva chiamare “zio Pietro”, e lui mi arremproverato per la seconta volta, che mi ha detto: - Qui ci dobiammo chiamare tutte di tu, per fina al sercente maggiore, perché li anni qui non passeno“
.

Giuseppe Cordano il 6 novembre 1915 da Folgaria annota del freddo terribile che si provava in montagna:

”Il freddo è rigido, tanto che abbiamo come vestiti in corpo: due paia di mutande, due pantaloni, una fascia al ventre di lana, due camicie, un pullover a maglia, una giubba di tela e una di panno, il pastrano, la mantellina, due passamontagna in testa, due paia di calze di lana. Insomma, tutta la dotazione per l’estate e per l’inverno”.

Insieme al freddo si soffriva la fame, la sete, le malattie e infine anche ospiti davvero indesiderati come annota Francesco Ferruccio Zattini da Montasio l’8 marzo 1916:

“... Abitanti più del previsto e del prevedibile, ma per vera fortuna, nelle prime due maglie non ve ne erano come pure al paio di mutande che avevo sopra. Nella maglia, da ciclista, che avevo a carne (?), principiai la conta. Arrivato a 43 mi fermai e la gettai sulla neve. Alle mutande, quanti ve ne erano? Non saprei dirlo; erano non solo a squadre, ma sembravano marciassero a plotoni affiancati (?) come quando si prende di assalto una posizione. Ve ne erano neri, bianchi con un punto nero nel mezzo, bianchi che si confondevano con la lana. Vi era insomma la rappresentanza di tutti gli abitanti delle cinque parti del mondo“.

    bibliografia
    sitografia

    la Grande Guerra 1914-1918. Augusto Aglietti la Grande Guerra 1914-1918. Vincenzo Rabito la Grande Guerra 1914-1918. Giuseppe Cordano MUCRI. Museo Criminologico