CODES OF WAR

Non c'è vittoria che valga
il sangue che è costata

Eisenhower
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resti del passato

La “voce” dei testimoni

Cento anni ci separano dalla Grande Guerra, cento anni di una storia fitti di eventi, scoperte, tragedie, rivoluzioni, cambiamenti. Cosa può rimanere dopo tanto tempo di quel passato per noi ormai così remoto?

I monummenti, le lapidi, i sacrari commemorano la guerra, ne celebrano e ne rinnovano la memoria come evento, ma non lo raccontano. E tra i pochi e fragili i resti che ci connettono a quegli uomini tanto lontani rimangono ancora le lettere scritte a parenti, amici, fidanzate. Proprio in questi testi, che comunicano storie ed emozioni, possiamo ritrovare la “voce“ perduta dei testimoni.

Sono racconti toccanti che passano dalla nostalgia, alla descrizione della trincea, alla richiesta di generi di conforto alla tragica premonizione della morte.

Così il soldato di fanteria Paolo Capecchi, in trincea sul monte Croce nel Cadore, il 14 giugno 1915 racconta della guerra e “rassicura” i genitori:

Cari Genitori
... Io di salute sto bene e così sento che e di voi.
Ora mi dite che sta in penziero di me vi prego farvi coraggio come lo fo io.
Ogni tanto qualche pattuglia nemica si aproda ma li mette poco conto viene subito respinta o fatti prigionieri e poi ogni giorno si presentano da se scappano dalla fame che anno. ....”

Azaria Tedeschi scrive dal Monte Pasubio il giugno 1915 quasi dimenticando la guerra per soffermarsi a descrivere lo spettacolare paesaggio alpino:

“Carissima Peppinuzza,
... A voi altri che avete conosciuto la mia spensieratezza, sembrerà un po’ troppo che io oggi mi trovi alla testa di circa 300 uomini ... in guerra è diverso che in licenza: la mia spensieratezza risorge solo quando andiamo a mensa, quando cioè ci si concede un momento di oblio...
... A questa altitudine sembrerebbe che la vita dovesse scorrere abbastanza triste e noiosa, ma non è così, non ci mancano i divertimenti e il buon umore. Lasciando da parte il magnifico panorama che quando il cielo è limpido, si gode da queste vette dalle quali la vista spazia libera per enormi distanze; lasciando da parte le sensazioni che si provano guardando l’abisso dall’altro d’una roccia che per le centinaia e centinaia di metri sprofonda a picco, liscia e compatta , come se a quella costruzione avessero lavorato non le forze brute e insensibili della natura ma centinaia e migliaia di artefici dannati ...“

Filiberto Boccacci, sul fronte dell’Isonzo, scriva nel luglio 1915 dal monte Mrzli chiedendo pressantemente alla madre generi di conforto:

“Cara mamma.
Scrivo a te perché, donna capisci più certe cose:
non mi chiamare seccante, ma sono costretto a fare le seguenti richieste per pura necessità.
Quassù la vita di un uomo, non è come quella che si mena a Roma od in qualsiasi altra città o paese. Stiamo a 1500 metri sul livello del mare e piove in media 5 volte alla settimana...
... tutte le notti si passano quasi per intero vegliando e stare fermo tutto incantucciato in un angolo del ricovero si sente un freddo cane.
In conclusione mi occorrono
2 paia di mutande di lana felpate.
2 maglie come sopra.
½ dozzina di calze di lana bianche e spesse.
1 copricapo piccolo di stame da mettervi sopra anche il berretto.
Poi un 5 o 6 fazzoletti...“

Infine Michele Delogu da San Martino del Carso il 19 gennaio 1916 in una cartolina ai genitori scrive rassegnato:

“... Il brutto è che stando sempre sotto il fuoco viene il momento per tutti, o prima o dopo. Dio ci aiuti. State tranquilli. Spero che fra poco si andrà a riposo. ...“

    bibliografia
    sitografia

    J. von Schlosser, Storia del ritratto in cera, Macerata, Quodlibet 2011.

    A. Violi, Tra le viscere dell’indumento: il ritratto in cera, in “Locus Solus (1). Il Ritratto“, Milano, Bruno Mondadori, 2004.

    la Grande Guerra 1914-1918. Paolo Capecchi la Grande Guerra 1914-1918. Azaria Tedeschi la Grande Guerra 1914-1918. Filiberto Boccacci la Grande Guerra 1914-1918. Michele Delogu